Per le scale di Sicilia, lo chef Pino Cuttaia si racconta

“Se la Sicilia rifacesse le strade e valorizzasse i propri monumenti potrebbe diventare i nuovi Paesi Baschi”, inizia con questa provocazione la chiacchierata con lo chef Pino Cuttaia.

Quando davanti a te c’è uno come Pino Cuttaia nulla è scontato. Le sue parole sono come frecce che arrivano al cuore: crude e asciutte come lo è chi parla della propria terra amandola ma rivelandone i suoi limiti. Il riferimento ai Paesi Baschi non è un caso, la regione a nord della Spagna è appena dietro la Francia come numero di ristoranti stellati, un riconoscimento prestigioso a cui ambisce anche la Sicilia grazie al lavoro di questi ultimi quindici anni. Eppure c’è molto da fare, soprattutto a livello di mobilità urbana, basti pensare alle condizioni delle strade siciliane e dei trasporti pubblici. Se questo è il nostro biglietto da visita è chiaro che c’è molto ancora da fare. Pino Cuttaia, in questi giorni in giro per la Sicilia per promuovere il suo libro ‘Per le scale della Sicilia’, è molto di più un semplice chef è un cultore della tradizione gastronomica siciliana e un pranzo al ristorante La Madia (vi consigliamo di leggere il nostro articolo), vale il viaggio fino a Licata.

Cuttaia racconta i suoi ricordi d’infanzia, i primi passi in cucina, le difficoltà di ogni giorno, spiegando con il sorriso sulle labbra la sua filosofia di vita: “Nel mio ristorante non ci sono i lavapiatti, per due motivi: il primo perché creerebbe una discriminazione; il secondo perché chiunque entri in cucina deve lavare ogni utensile che sporca. Questo processo fa parte della crescita professionale di ognuno di noi”. Parole semplici e idee chiare provenienti da una persona che ha intrinseca la cultura del lavoro. “Dopo essere stato per tanti anni fuori, ho deciso di tornare in Sicilia per puntare sulla mia terra e per ritrovare le mie origini”. 

Questo libro racconta la Sicilia di Cuttaia, con tutti i suoi sapori. Qui a Licata nascono, le sue creazioni, dalla memoria di una Sicilia “in bianco e nero” nutrita dai ricordi d’infanzia, da una cultura popolare che intreccia istintivamente terra e mare, il mondo dei pescatori e quello dei contadini. Nasce di conseguenza un volume particolare, elegante, scandito da brevi racconti e appunti dello Chef e arricchito da splendide fotografie che illustrano l’attività frenetica che c’è dietro ogni piatto.

“Ci sono molte ragioni per essere grati a Pino Cuttaia -scrive Marco Bolasco nella prefazione del libro -. Nell’attuale circo Barnum della cucina la sua relazione con il mondo appare nuova, autentica, cristallina. Una sorta di nuovo umanesimo, il suo, che da quell’estremo di terra sciliana, Licata, ha saputo raccontare una storia diversa, evocativa: tanto da fare del suo ritorante, La Madia, una destinazione immancabile. Da Cuttaia non si va solo per il piacere della buona cucina: attraverso i suoi piatti si entra in relazione con un sistema complesso di gesti, di memoria e di vicende umane che non può prescindere dal contesto. I suoi piatti volano alto, in tema di fantasia e creatività, ma ciò che li compone trae origine da percorsi, da ricordi, da sguardi e profumi che nascono all’interno del suo territorio. Anche questi sono ingredienti; e il cuoco, di tutto questo, è narratore”.

Ed è vero…

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